SPAZI DI ATTESA E RELAZIONI CON UN MONDO SOMMERSO

SPAZI DI ATTESA E RELAZIONI CON UN MONDO SOMMERSO

In questi giorni mi sono trovata, come molti, in fila, da qualche parte. I marciapiedi, le vie del paesino dove
abito e quelle della vicina Arezzo si sono caricate di un nuovo valore. Si è tutti in sosta, fermi all’ anticamera
di quel negozio o di quella attività a cui vogliamo accedere.

 

Oggi riflettevo su come questo tempo d’attesa è forse ciò che stiamo restituendo al mondo (e al mondo del
lavoro) per tutta la nostra fretta passata. Tanto quanto prima ci siamo affannati, tanto quanto ora la nuova
lentezza ci tiene in scacco, ognuno sulla propria mattonella.

 

È così che improvvisamente, ovunque, sembra di essere in una performance di

danza contemporanea, dove tanti ballerini rivolgono lo sguardo ad un indefinito panorama, riempiendo

la scena, immobili, prima che lo spettacolo abbia inizio.

 

Le strade delle città si sono trasformate in un ingresso nudo ai nostri bisogni, ai nostri desideri. Ed anche
l’attesa rivela e tradisce i caratteri del nostro esserci. Alcuni si spazientiscono presto e si tolgono da una fila
per aggregarsi ad un’altra colonna di corpi. E subito il tutto acquista il sapore di un gioco, ma un gioco
amaro dove, di riffa o di raffa, l’esistere dice «eh-eh aspetti comunque anche di qua».

 

Altri “incolonnati” ne approfittano per mandare mail di lavoro o fare telefonate personali che
puntualmente scocciano qualcuno o risultano un’estensione dello spazio privato dell’individuo a quello
collettivo, limite da tempo trasceso dagli smartphone. È così che apprendiamo della moglie di qualcuno, del
bisticcio fra amici di qualcun altro o del notaio che non è un bravo professionista.

Le persone degli altri, per alcuni minuti, sono anche le nostre, ci piaccia o no. Poi, sempre in coda,

ci sono i miti, non “i miti antichi” ma i pacati, coloro che in semplicità respirano e

prendono il sole o l’ombra dedicata al proprio spazio di attesa.

Osservano il mondo, si sgranchiscono e abitano l’attesa attraverso un’altra

modalità di presenza. Questi corpi con una storia sono tutte attese e presenze, senza giudizio.

 

Vi è ad ogni modo un tempo che emerge. Dov’ era nascosto prima? Esisteva? Non esisteva? Di certo però
torna a vincere, quel tempo, seppur in modo “fastidioso”, perché non congeniale alle nostre corse. Con lui
torna anche lo spazio per percepire il corpo nella realtà, una sensazione che viene inghiottita con frequente
rapidità dalla vita attaccata ad un telefono o al fare.

 

Quindi torna anche il mondo sommerso del corpo, un corpo che attende e non abbraccia, che attende
l’abbraccio, che ritorna ad essere per sé stesso e solo a sé. Come se con l’attesa, le nuove attitudini post-
Covid 19, invitassero a ricalibrare anche la percezione delle nostre fisicità, statiche, a risposo, in-quiete e
inquiete nella coda, più o meno lunga.

 

Ecco che allora tanti webinar e riunioni in smartworking lasciano il passo a minuti “fermi in piedi” con
l’osservazione dal vivo dell’umanità stessa. Ci guardiamo e ci ignoriamo anche da “accodàti”, mentre
queste nuove modalità dell’appartenere, attraverso gli spazi della collettività, riscrivono le nostre cellule,
proprio come in passato hanno fatto tanti altri cambiamenti, personali o meno. Il corpo e il tempo: due aspetti del vivere che possiamo osservare e ascoltare per ricevere direzioni future, personali ma anche diffuse ed estese all’ altro da noi. Nel “divenire” sono proprio tempo e corpo a concederci vita, la coscienza di esserci, oggi attraverso nuove modalità che forse ci stanno restituendo “molto più qualcosa”.

 

 

Sessioni individuali di Liberi Percorsi di Talenti:

Informazioni via WhatsApp T.3275304126 // giugi@giuliascandolara.com

Via Skype a cifre agevolate [ 50 euro correttamente fatturate]

Sessione in studio:

a Poggibonsi, ogni lunedì su prenotazione presso lo Spazio Luce

a Firenze, su prenotazione presso lo Studio Clematis