CENTRO ITALIA: IL TERREMOTO E I CITTADINI DIMENTICATI

CENTRO ITALIA: IL TERREMOTO E I CITTADINI DIMENTICATI

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IL TALENTO DI ESSERE UMANI – Gli abitanti di Norcia e l’attuale terremoto in Centro Italia 

 

Non vi lasceremo soli” sono state le parole di Renzi ai terremotati in un lontano Ottobre 2016.  Come appare oggi l’area del Centro Italia colpita dal sisma? Sono passati tre anni e la situazione è agghiacciante.

Il mio viaggio inizia da Norcia. È qui che per la prima volta è stata inghiottita la mia pelle.  Attraverso la voce degli abitanti ricostruisco la situazione attuale, quella di un paese tenace e vivo seppellito dalla burocrazia italiana. I nursini  hanno ripristinato anche  l’impossibile ma sono stati dimenticati: la ricostruzione non parte.

Le persone si sentono fortunate rispetto al resto dei terremotati. Ad Amatrice, ad Arquata del Tronto è scomparso l’intero paese. “Ci sono stati morti, da loro. Noi invece siamo stati fortunati, siamo vivi” dice un’intervistata. Vado a visitare Amatrice ed è tremendo.

 

Oltre le vittime il danno è la dimenticanza. Il tessuto sociale di ogni paese è distrutto. Qui a Norcia i sopravvissuti al terremoto mettono fiori alle loro Sae (le soluzioni abitative di emergenza) mentre la depressione incalza, il tessuto sociale è tutto da ricostruire.

 

È da Norcia che inizia il mio racconto. Gli abitanti sono forti e non vogliono la compassione di nessuno. Chiedono solo che la ricostruzione parta. In tre anni, dopo l’emergenza e le casette in legno adibite a negozi turistici, non è stato fatto niente. L’ufficio della ricostruzione è a Foligno, troppo lontano dagli epicentri sismici.  Chi passa qui per qualche ora resta attonito.  Di giorno siedo nella piazza e osservo chi come me impallidisce di fronte alle immobili impalcature di acciaio. La mano della statua di San Benedetto indica la distruzione della Chiesa e del Palazzo Comunale lì di fronte, come a dire: “hai visto? È ancora tutto distrutto”.

 

Se si resta per qualche settimana si riceve però un’altra sensazione. Gli abitanti, con la loro perseveranza e resilienza  annullano le macerie. Attendono operativi fuori le mura, vivi più che mai e desiderosi di poter rientrare a Norcia o ridare vita al paese in modo nuovo.

 

Vogliono strutture ricettive per far tornare il turismo e nel frattempo lavorano sodo per mantenere vivo il tessuto sociale, per come si può.Norcia riporta a casa tutti gli italiani attraverso una lezione di valori e senso di attaccamento alla vita, al territorio che forse nemmeno gli stessi abitanti credevano di avere. Il talento di ‘essere umani’ è questo portarsi oltre il terremoto, ogni giorno, attraverso gesti quotidiani di rara preziosità.

 

Dal lavoro alla chiacchiera di strada: tutto qui ha un valore aggiunto, inestimabile. Come, però, si può ricostruire il tessuto sociale? Come si rimettono insieme le persone, oltre le macerie?

 

Tutte le persone che hanno accettato di essere intervistate potevano andarsene dopo la distruzione del terremoto. Sono rimaste e hanno fatto l’impossibile. Venendo da fuori ci si rende conto di come l’Italia non sappia però di questa Italia. Il terremoto è stato dimenticato dalle istituzioni e dai telegiornali. È tempo che si riporti una luce sulle persone che continuano a vivere in questa terra.

 

Gianfranco, il farmacista, mi racconta il primo anno: l’emergenza e l’aiuto impagabile dei Vigili del fuoco e di tutte le forze dell’Ordine. Roberta la incontro all’Ospedale di Norcia, lavora al centralino e mi racconta la ricostruzione della sua casa, dell’inverno a -17 gradi subito dopo il terremoto. Lo ha passato dormendo per terra, in una roulotte.  Francesco lavora alle casette di legno per le attività rivolte ai turisti (norcinerie, souvenir, bar). Ha perso tutto, sia la casa che il negozio. Ora vive in una Sae di 40 metri quadri.

 

Qui si dice che il terremoto ‘lo prendi’, come si direbbe per  una malattia. “Io ero a Cascia quando ho preso il terremoto”, dice l’infermiere del primo soccorso. “ Non ero qui, quando ho preso il terremoto. Ero a Trevi ma si è sentito così forte che ho pensato fosse andato tutto distrutto”, confessa Cinzia che lavora nella zona industriale di Norcia.

 

Questo non è un libro politico perché a Norcia, oltre l’emergenza, la politica non c’è stata, così come nel resto delle zone terremotate. “Lo stato siamo noi, abbiamo fatto da noi” mi dice Alessio. Ha 20 anni e lavora per Amilcare, il fruttivendolo del centro. I suoi nonni hanno perso il granaio e gli animali.

 

Alcune attività, poche, sono dentro le mura, mentre altre dislocate nella zona industriale, oltre che nelle casette di legno rivolte ai turisti.  Gli abitanti sono delocalizzati un po’ ovunque e si fatica a definire le aree delle Sae. Ne spunta una all’improvviso, a macchia di leopardo, fra una collina e le case distrutte.

Qui le persone hanno resistito fino all’inverosimile ed è tempo che si torni a parlare dei terremotati. Le leggi non consentono alle persone ripartire davvero.

 

Il terremoto ci ha tolto tutto ma non la dignità” dice Gianfranco. Ed è vero. Questa gente accoglie e scalda il cuore. A Norcia si sta bene non per formalità ma per umanità. Intanto mi preparo a scrivere di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto. Ho fretta. Scrivo questo primo libro in una settimana.

 

Arrivo ad Amatrice, dove non si finirebbe mai di piangere. C’è solo una strada costeggiata da due alte e lunghe paratie di legno, qualche chilometro di buio completo. Nascondono le macerie. Tutto è ancora come 3 anni fa. Non posso dire del terremoto in una volta sola. Ogni paese ha avuto il suo. Dovrò aspettare, tenere a bada la mia urgenza.

Se non scrivessi di Norcia e del terremoto mi sentirei vigliacca. L’Italia deve sapere dell’Italia, di questi eroi che ora vanno sostenuti dalle istituzioni.

Giulia Scandolara

 

 

 

 

 

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